Quando cedi alla tentazione di dar voce ai pensieri è un casino. Dar voce in senso fisico intendo, oralmente, non conta la parola scritta. Dar voce dal vivo, con un interlocutore che interviene in tempo reale, che potrebbe dire la sua e portare la tua parola altrove, ripensandoci in tua assenza, citandola nelle conversazioni, in una diramazione inarrestabile di mi hanno detto che gli hanno detto che mich ha detto. Se facessero la stessa cosa con queste parole qui, belle composte e scritte, sarebbe molto diverso: sono certo interpretabili, d’accordo, ma sono immodificabili, se torni a leggerle fra un mese saranno formalmente uguali. Con la parolaparlata non funziona così e ci si espone con un controllo inferiore: non puoi rileggerti, non puoi riformulare, non puoi fermarti a metà per dire che no, non volevo dire quello che ho detto. Naturalmente trattasi, appunto, di una tentazione cui si finisce per cedere, perché scambiarsi dal vivo parole (che non è parlare con) è bello, è divertente, è impegnativo ma ripaga con generosità della fatica che costa saperlo inventare. Ci troviamo così, a volte senza averlo nemmeno preventivato, a parlare e dar forma fisica a concetti altrimenti esistenti soltanto dentro al nostro cervello o sulle pagine di un taccuino, più o meno virtuale. Il che significa che non esistono, perché prendono realmente forma nello scambio e nella condivisione. Non si tratta necessariamente di pensieri altamente filosofici o di capitale importanza teorica, anzi, a volte si tratta di banalità, di considerazioni semplici, di piccole cronache del quotidiano. Ma una volta che le hai dette ad alta voce iniziano improvvisamente a prendere corpo, ti stanno di fronte e le puoi guardare come estranei, come altro da te. Non ti appartengono più. Io sono molto gelosa delle mie parole, anzi: sono possessiva, che è diverso. Sono mie solo se le ho scritte: vengono lette e iniziano a vivere di vita propria, d’accordo, ma in realtà continuano in un certo senso a restarsene lì, ferme nella loro sintassi. Quando invece le ho parlate regalo loro da subito l’indipendenza. È un regalo che faccio volentieri, ma non spesso.
lunedì 16 novembre 2009
Se non ne parli ad alta voce non esiste
Quando cedi alla tentazione di dar voce ai pensieri è un casino. Dar voce in senso fisico intendo, oralmente, non conta la parola scritta. Dar voce dal vivo, con un interlocutore che interviene in tempo reale, che potrebbe dire la sua e portare la tua parola altrove, ripensandoci in tua assenza, citandola nelle conversazioni, in una diramazione inarrestabile di mi hanno detto che gli hanno detto che mich ha detto. Se facessero la stessa cosa con queste parole qui, belle composte e scritte, sarebbe molto diverso: sono certo interpretabili, d’accordo, ma sono immodificabili, se torni a leggerle fra un mese saranno formalmente uguali. Con la parolaparlata non funziona così e ci si espone con un controllo inferiore: non puoi rileggerti, non puoi riformulare, non puoi fermarti a metà per dire che no, non volevo dire quello che ho detto. Naturalmente trattasi, appunto, di una tentazione cui si finisce per cedere, perché scambiarsi dal vivo parole (che non è parlare con) è bello, è divertente, è impegnativo ma ripaga con generosità della fatica che costa saperlo inventare. Ci troviamo così, a volte senza averlo nemmeno preventivato, a parlare e dar forma fisica a concetti altrimenti esistenti soltanto dentro al nostro cervello o sulle pagine di un taccuino, più o meno virtuale. Il che significa che non esistono, perché prendono realmente forma nello scambio e nella condivisione. Non si tratta necessariamente di pensieri altamente filosofici o di capitale importanza teorica, anzi, a volte si tratta di banalità, di considerazioni semplici, di piccole cronache del quotidiano. Ma una volta che le hai dette ad alta voce iniziano improvvisamente a prendere corpo, ti stanno di fronte e le puoi guardare come estranei, come altro da te. Non ti appartengono più. Io sono molto gelosa delle mie parole, anzi: sono possessiva, che è diverso. Sono mie solo se le ho scritte: vengono lette e iniziano a vivere di vita propria, d’accordo, ma in realtà continuano in un certo senso a restarsene lì, ferme nella loro sintassi. Quando invece le ho parlate regalo loro da subito l’indipendenza. È un regalo che faccio volentieri, ma non spesso.
lunedì 9 novembre 2009
Davvero me lo stai chiedendo?
Ci sono domande che, in coppia, sarebbe meglio evitare. La questione è stata recentemente sollevata da una mia amica che ha chiesto a quello che credeva il suo fidanzato “che cosa siamo io e te?”. In tutta risposta, il genio del crimine, si è dileguato nel nulla dopo aver farfugliato qualcosa tipo "E' tempo che io vada". Ecco, il problema in fondo è questo: siamo proprio sicuri di voler sapere come stanno le cose? E quando siamo noi gli interrogati, metteremmo la mano sul fuoco che chi abbiamo di fronte voglia sapere null’altro che la verità? O sta, stiamo, piuttosto cercando conferme e rassicurazioni? Farò qualche esempio.
Una volta ho chiesto a un ragazzo con cui uscivo da poco: c’è qualcosa che non ti piace di me? Ovviamente la mia era una domanda tendenziosa e la risposta esatta era soltanto una: mi piace tutto di te, baby. Lui ci pensò un attimo e disse: i polpacci. Nonostante sia passato un lustro, ogni tanto il complesso dei polpacci mi torna.
E che dire di: quanti uomini (o donne) hai avuto prima di me? Un evergreen. Io non lo chiedo mai. E preferirei che non mi venisse chiesto. Detesto il balletto delle competizioni che la risposta potrebbe generare. Una tonnellata di insicurezze, anche negli individui più navigati. In fondo, che siano stati 5 o 75, se tra me e te adesso funziona tanto bene, che cosa ti cambia se ti dico un numero?
E per restare sull’intramontabile: mi hai mai tradito? Vi prego. Io non ci tengo a saperlo, assolutamente. Cosa volete che vi rispondano? Sì, no, forse, solo col pensiero, solo una volta ma giuro è stato solo sesso. Maddai. Siamo seri. È una domanda da fare soltanto per gioco. Io, per tenere viva la conversazione, rispondo sempre di sì.
E poi un altro classico: a cosa stai pensando? Maledizione, ma perché non ci facciamo un nodo alle corde vocali invece di uscircene periodicamente con questa fesseria? A parte il fatto che io, quando me lo chiedono, non rispondo quasi mai la verità, a meno che la verità non contempli qualcosa di più che lecito o di assolutamente pertinente al contesto (cosa rarissima). Come ci viene in mente di porre un quesito tanto idiota? Una volta l'ho chiesto a un tipo che mi piaceva da morire con il quale avevo appena fatto l’amore e da cui ovviamente mi aspettavo una carineria, lui mi rispose: non mi ricordo più il pin del bancomat.
E ne ho un’altra. Un’altra domanda da dementi: ti è piaciuto? Ecco che scatta la mania del voto. Perché? Non ci basta venir logorati da settecentomila paranoie? Ne vogliamo un’altra? E chi ci assicura che ci stiano rispondendo la verità? Fidiamoci della nostra sensibilità fisica e della nostra capacità di giudizio per favore, sempre che non siano state obnubilate dai sensi. E lasciamo perdere il questionario.
E all’elenco potremmo aggiungere: cosa preferisci di me? Ti è simpatica la mia migliore amica? Ti manco? Ti posso chiamare ogni volta che ti penso? Mi trovi ingrassata? E, per concludere, il mitologico: mi ami?
E voi? Ci sono domande che non avreste mai voluto fare o davanti alle quali avete spalancato gli occhi e detto: davvero me lo stai chiedendo?
Una volta ho chiesto a un ragazzo con cui uscivo da poco: c’è qualcosa che non ti piace di me? Ovviamente la mia era una domanda tendenziosa e la risposta esatta era soltanto una: mi piace tutto di te, baby. Lui ci pensò un attimo e disse: i polpacci. Nonostante sia passato un lustro, ogni tanto il complesso dei polpacci mi torna.
E che dire di: quanti uomini (o donne) hai avuto prima di me? Un evergreen. Io non lo chiedo mai. E preferirei che non mi venisse chiesto. Detesto il balletto delle competizioni che la risposta potrebbe generare. Una tonnellata di insicurezze, anche negli individui più navigati. In fondo, che siano stati 5 o 75, se tra me e te adesso funziona tanto bene, che cosa ti cambia se ti dico un numero?
E per restare sull’intramontabile: mi hai mai tradito? Vi prego. Io non ci tengo a saperlo, assolutamente. Cosa volete che vi rispondano? Sì, no, forse, solo col pensiero, solo una volta ma giuro è stato solo sesso. Maddai. Siamo seri. È una domanda da fare soltanto per gioco. Io, per tenere viva la conversazione, rispondo sempre di sì.
E poi un altro classico: a cosa stai pensando? Maledizione, ma perché non ci facciamo un nodo alle corde vocali invece di uscircene periodicamente con questa fesseria? A parte il fatto che io, quando me lo chiedono, non rispondo quasi mai la verità, a meno che la verità non contempli qualcosa di più che lecito o di assolutamente pertinente al contesto (cosa rarissima). Come ci viene in mente di porre un quesito tanto idiota? Una volta l'ho chiesto a un tipo che mi piaceva da morire con il quale avevo appena fatto l’amore e da cui ovviamente mi aspettavo una carineria, lui mi rispose: non mi ricordo più il pin del bancomat.
E ne ho un’altra. Un’altra domanda da dementi: ti è piaciuto? Ecco che scatta la mania del voto. Perché? Non ci basta venir logorati da settecentomila paranoie? Ne vogliamo un’altra? E chi ci assicura che ci stiano rispondendo la verità? Fidiamoci della nostra sensibilità fisica e della nostra capacità di giudizio per favore, sempre che non siano state obnubilate dai sensi. E lasciamo perdere il questionario.
E all’elenco potremmo aggiungere: cosa preferisci di me? Ti è simpatica la mia migliore amica? Ti manco? Ti posso chiamare ogni volta che ti penso? Mi trovi ingrassata? E, per concludere, il mitologico: mi ami?
E voi? Ci sono domande che non avreste mai voluto fare o davanti alle quali avete spalancato gli occhi e detto: davvero me lo stai chiedendo?
lunedì 2 novembre 2009
Romanticheria
e poi non mi dici mai cosa ti piace di me
non è vero: ti dico in continuazione che mi piace il tuo culo
lunedì 26 ottobre 2009
Se fa male vuol dire che fa bene
Se fa male vuol dire che fa bene. Me lo diceva sempre mia nonna quando mi disinfettava le ferite vive con l'alcool puro. Era sempre così: io mi sbucciavo un ginocchio giocando in giardino e mi veniva da piangere non tanto per la sbucciatura in sé, ma perché temevo il momento in cui avrei dovuto presentarmi da lei per la medicazione di rito. Ogni tanto facevo finta di niente, continuavo a giocare e rientravo in casa a sangue ormai rappreso, con una crosta di fango e piastrine. Lei mi beccava subito, prendeva lui, il maledetto denaturato, e via: fiotti di liquido infiammabile per togliere la crosta di impurità e pulire a fondo la ferita ancora fresca. Per fortuna la ricerca scientifica, tra le sue mirabili scoperte mediche, ha incluso quella che ha portato alla diffusione dei disinfettanti che non bruciano. E fanno bene lo stesso. Capito? Non fanno male e, nonostante questo, fanno bene. L'ho presa alla lontana per parlare di questa cosa: è proprio necessario stare male, contorcersi dal dolore, soffrire e disperarsi per stare bene? Qualche volta sì, ma ho il ragionevole dubbio che, mentre mi arrotolo in una posizione di yoga dai conclamati benefici, se sento cric a livello delle rotule e poi zoppico, quei benefici li vedrò molto difficilmente. L'acido lattico, per dirne un'altra, se vi devasta per giorni dopo aver fatto palestra, immagino che non vi stia facendo bene affatto. Quando lo abbiamo inventato questo culto del dolore? Sospetto che il catechismo abbia avuto i suoi meriti, insieme a tanta bella educazione al senso di colpa: stai male, non importa per cosa, stringi i denti ché di certo te lo sei meritato. Una forma di espiazione insomma. Ecco, io me ne vorrei liberare. Sia dal concetto di espiazione che, quando possibile, dal concetto di dolore. Devo stare per forza male per tornare a stare bene? Ammetto che, a un certo livello, detta così faccia parte del ciclo naturale delle cose. Però. Accidenti. D'accordo. Devo stare male. Ma per quanto?
lunedì 19 ottobre 2009
La saggezza del mondo
Faccio yoga da tre anni. Il che significa che da circa tre anni mi arrotolo e riallungo periodicamente di fronte a contorsionisti che parlano per metà di posizioni, le poetiche asana, e per metà di respiri del mondo. Il tutto possibilmente con le caviglie accanto alle orecchie e senza mai perdere il sorriso. Mi piace. Mi piace la sensazione di essere un paio di centimetri più alta subito dopo, mi piace scoprire che rassoda il sedere, modella il ventre, snoda le gambe. Mi piace indagare i limiti delle mie giunture e sollecitare le articolazioni. Per non dire dell'indolenzimento del giorno dopo, quello che coinvolge muscoli insospettabili e ti fa dire con soddisfazione “oh yesss, se fa male vuol dire che funziona” (questa è una grandissima scemenza: ci farò su un pezzo un giorno, un trattatello sul perché se fa male fa male e non è affatto detto che faccia anche bene). Comunque, esistono molti tipi di yoga, ma io per semplicità ne distinguo due: quello in cui si prega e quello in cui si suda. Io preferisco il secondo: mi piace lo yoga da un punto di vista squisitamente fisico e tollero con un certo disagio, a volte con una certa ilare accondiscendenza, tutto il contorno di spiritualità, di sorriso del mondo e di anima dell'universo. Non è cinismo, almeno: non solo cinismo. Io ci provo, davvero. Ma ci sono proprio alcuni concetti in grado di scatenare il mio io più profondo, molto più di due ore di meditazione seduta sui talloni. Per l'esattezza questi:
- “lo scopo dello yoga è uscire dall'identificazione con la propria mente per riconoscere la propria anima ed entrare in armonia con la propria essenza, che è la stessa di tutto l'universo” . Questo mi è proprio difficile. Non esiste altra identificazione possibile che quella con il proprio cervello. Posso anche trovare una certa somiglianza con tutto il resto dell'universo e certi giorni sono bravissima a sentire l'armonia del creato, però... andiamo su! Io sono la mente! Esiste forse dell'altro?!
- “prima di iniziare è necessario arrendersi alla superiorità del cuore sul cervello”. Già. Non vorrei addentrarmi nella dibattutissima questione della lotta perenne tra ragione e sentimento, mi limito a segnalare che, in quanto geometra delle emozioni, io personalmente non sono dotata di cuore, il che mi rende impossibile una vera opinione al riguardo. In genere in questa fase della lezione, che si esaurisce entro i primi cinque minuti, io tengo le mani giunte ad altezza sterno come da istruzioni, lascio cadere la testa verso il petto e tasto di nascosto tra le costole in cerca di battito. Un paio di volte mi è parso di sentire qualcosa in effetti, ma non ci metterei la mano sul fuoco
- “liberatevi del tempo presente”. Andiamo bene. Qui è il caos: chi ti dice di non pensare al passato, chi ti dice che il futuro non ha futuro, un altro ti suggerisce di fissarti soltanto sul qui e adesso. Ecco no. Né ieri né oggi né domani: lo yoga pretende di regalarti l'assenza di tempo. Certo.
Temo di essere ancora lontana chilometri dalla saggezza.
domenica 11 ottobre 2009
Le cose che non ho mai messo
martedì 6 ottobre 2009
Cronistoria di una telefonata
DOMENICA. L’ALBA.
Apro gli occhi e non so che ore sono. A occhio e croce, con la luce dietro le tende, direi che saranno al massimo le 5 e mezza. A dire il vero non realizzo nemmeno subito dove mi trovo. Dove diavolo sono? Ah, già, il giovane aspirante arpista. Certo. Nella sua casetta così assurdamente demodé, trentotto metri quadri di caos primordiale. È’ la prima volta che ci entro.
Ma come fai a dormire così profondamente, con una mezza sconosciuta nel letto? Io avrò chiuso gli occhi sì e no due ore, invece tu te la spassi di sonno. Certo che è veramente carino. Oh sì, molto carino, un gran figo di musicista. E io ci sono appena stata a letto, che brava!
Mmmh. A guardarlo così non sembra pericoloso. Voglio dire, io questo problema me lo pongo: ti trovi come niente a dividere le lenzuola con una persona che conosci da così poco. E se fosse un pazzo maniaco che finge di dormire, aspetta che io mi riaddormenti e mi soffoca con un cuscino? Magari è sonnambulo. Tra un momento tira fuori un rompi ghiaccio da sotto al letto e mi trafigge a occhi chiusi. E si rimette giù tranquillo a sognare in mezzo al mio sangue.
Ma no, che assurdità. Quella sveglia sono io. Potrei soffocarlo io nel sonno. Non lo preoccupa la cosa? Evidentemente no.
Ma quanto mi piace!
Solo che io proprio non riesco a dormire, accidenti. Che ci faccio qui? Sarà carino lasciare un biglietto e andarsene mentre dorme? No, non si fa. Ma chissà per quanto ancora può andare avanti così, senza dar segni di vita. E io che faccio? Mi scoccio. Sono sveglissima.
Dio santo che casino qui dentro. Magari mi alzo e gli lavo le tende. Gli stiro due camicie e gli metto in ordine i libri.
DOMENICA. SERA.
Me ne sono andata da quella casa alle 9, mi sono girata in quel letto per altre quattro ore e ho approfittato di una fessura tra le sue ciglia, una specie di impacciato dormiveglia, per dargli un bacio sul collo e dirgli ciao io vado ci sentiamo.
Ecco, ci sentiamo. Sono passate 13 ore. Quand’è che ci sentiamo? Il galateo cosa prevede? Non credo esista una normativa rassicurante in proposito. Rientrerà nel galateo andare a letto con un tizio, carino quanto vuoi, ma che conosci da mezza giornata? Boh.. È buona educazione mostrarsi impudicamente a un arpista appena conosciuto? Le signorine di buona famiglia lo farebbero? Loro non so. Io volentieri. Ma adesso è davvero un problema e le buone maniere vanno assecondate: chi chiama per primo?
Dai, fammi uno squillo. Suona telefono, dai. Anche solo un messaggino passata una buona giornata?
LUNEDI’. POMERIGGIO.
Sono le 3 e un quarto. Non mi chiama, non mi ha chiamata. Nemmeno il trillo di un messaggio. Niente di niente. Silenzio. Forse è un po’ troppo presto. Se mi chiama appena scattate le ventiquattr’ore c’è il rischio che tema che io pensi che è troppo invadente. Chiaro, no?
LUNEDI’. SERA.
Vado a dormire. Non ci siamo sentiti e penso che sia giusto: da quando in qua ci si chiama il giorno dopo aver fatto sesso? No, no. Queste cose si calcolano con ragionevole distacco. Silenzio. Ed è meglio così.
MARTEDI’. PRANZO.
Chiamami maledizione!
MARTEDI’. ORE 18.40.
Buonasera, tim, sono Lucia, posso aiutarla?
Sì, grazie. Ho un problema sulla linea.
Che tipo di problema?
Non ricevo telefonate né messaggi.
Ha un problema con il traffico entrante?
Penso di sì…
Facciamo una verifica. Qual è il numero?
339 ecc ecc
Intestato a?
Michela Digi
Mi sembra tutto a posto.
È sicura?
Bè, sì. Ha ricevuto una telefonata alle 18.32…
Sì, mia madre. Ma non conta. La linea quindi funziona?
Sì, funziona. Nessun problema.
Davvero?
Certo.
Ah. Grazie. Buonasera.
Buonasera.
MARTEDI. ORE 23.58.
Lo spengo o non lo spengo? Normalmente quando vado a dormire lo spengo, però magari lui è uno di quelli che ama le conversazioni notturne, gli piace mandare messaggi carini alle 3 del mattino. Non posso rischiare di perdermelo. Stanotte si dorme col telefono sul comodino. Acceso.
MERCOLEDI’. ORE 6.47.
La sveglia mi darebbe un bonus di altri 43 minuti e io sono già in piedi. Idiota idiota idiota. Tutto per un telefono muto. E se chiamassi io?
MERCOLEDI’. ORE 11.06.
Lo chiamo. Non lo chiamo. Lo chiamo. Non lo chiamo. Lo chiamo non lo chiamo lo chiamo o non lo chiamo? Magari un messaggio? No, i messaggi sono equivoci, in centosessanta caratteri ci stanno appena il mio nome e cognome, figuriamoci un saluto post orgasmico. O lo chiamo o non lo chiamo.
MERCOLEDI’. ORE 13.35.
La smetti di vivisezionare quel piatto di pasta?
Perché, tu quando aspetti una telefonata che non arriva cosa fai? Yoga?
In effetti sì.
E io affetto maccheroni al ragù in pezzi piccoli piccoli.
Senti, parliamone. Dunque non chiama.
No. È mercoledì. Sono passati, per intero, domenica lunedì martedì e oggi per metà.
Domenica non lo conterei.
E no. Non lo conteresti se ci avessi passato insieme la giornata. Ma dal momento che me ne sono andata al mattino presto la posso contare.
Sì, funziona.
Perché non chiama? Cosa ho sbagliato? Sarà perché gli ho riordinato casa?
Gli hai riordinato casa? Quella notte?
Ma no, la mattina. Non riuscivo a dormire.
E gli hai riordinato casa?
Giusto due cose…
Magari è timido.
No.
Ha una ragazza?
Non credo.
Il telefono rotto?
Mappperpiacere.
È andato tutto bene tra di voi?
Sì, tutto bene.
Ma bene del tipo ho-paura-di-farti-male o bene più tipo prendi-mordi-graffia-fammi-male?
Più la seconda direi.
Non è dunque il tipo che mentre fa sesso ti lascia il tempo di pensare che hai bisogno di un paio di scarpe nuove?
Assolutamente.
Quindi nessun disagio fisico.
Niente di cui abbia potuto accorgermi. Lo chiamo?
Non prima delle dieci di stasera.
MERCOLEDI’. ORE 21.57.
Non so se è la cosa giusta. Cosa diavolo gli dico? Se non ha avuto modo tempo e voglia di chiamare lui si vede che non gli interessa. Non ci vuole niente a chiamare una ragazza.
Forse non ci vuole niente a chiamare una ragazza con cui non hai ancora fatto sesso.
Che disastro. Se ora lo chiamo penserà che sono pazza di lui e non vedo l’ora di lasciare il mio spazzolino nel suo microscopico bagno. Oppure che sono la classica ragazza vinavil incapace di mantenere le giuste distanze. Potrebbe addirittura pensare che sono pronta a buttarmi ai suoi piedi, legarmi alle sue caviglie e stramazzare d’amore.
Che orrore. Non potrebbe pensare che avevo semplicemente voglia di sentirlo e basta?
MERCOLEDI’. ORE 22.04.
Sì, pronto
Ciao, sono Mich
Oh.
(oh??) Ciao
Ciao
(non si può dire che ti sforzi di mostrarti felice di sentirmi) Come va?
Mmmh, normale. Tu?
Mah, bene. Avevo voglia di sentirti
Ah
(potresti anche aiutarmi un po’ accidenti) Allora tutto bene? Cosa hai fatto in questi giorni? (penosa, non ho niente di più brillante da chiedergli?)
Le solite cose
Tipo? (adesso vomito)
Senti, c’è una cosa che devo dirti…
(finalmente) Che serio. Di che si tratta?
Ecco, io…
Cosa?
Io ho pensato tutti i giorni di chiamarti, davvero
(che tenero!) Sì?
Sì. Ma alla fine non ci sono riuscito. Sono molto in imbarazzo.
(molto che?) Che tipo di imbarazzo?
Sai, hai dormito qui, ero molto contento, ma poi…
(avanti, coraggio) Ma?
Non so bene come dirtelo
Hai una ragazza?
No, non è quello. Io…
(dio che fatica) Dai, non sarà così terribile
Dipende dai punti di vista. Tu comunque stai bene?
Bene, sì
Ma bene bene?
(prego?) Ssssì…
Ma proprio bene? Bene dappertutto?
(…??) Di cosa parli esattamente?
No, perché io non sono stato bene in questi giorni
(no no no no, ti prego, no) In che senso?
Ecco, ho una specie di sfogo eritemico
Un eritema?
Simile
(dove dove dove?) E dove?
Il medico ha detto che non sono infettivo, però comunque non sapevo come dirtelo e avevo fatto tutte quelle storie per non usare il preservativo, insomma, mi sentivo un po’ in colpa…
Di che diavolo stai parlando?
Ecco, ho delle bolle…
Delle bolle?
Sì, con delle piccole croste…
Bolle con le croste?!
Guarda, non c’è pericolo, sul serio, è una cosa mia
Tua? Dove? Dove le hai le bolle con le croste?
Davvero, mi spiace. Ma ti assicuro che non c’è pericolo…
DOVE???
Sul pisello
Apro gli occhi e non so che ore sono. A occhio e croce, con la luce dietro le tende, direi che saranno al massimo le 5 e mezza. A dire il vero non realizzo nemmeno subito dove mi trovo. Dove diavolo sono? Ah, già, il giovane aspirante arpista. Certo. Nella sua casetta così assurdamente demodé, trentotto metri quadri di caos primordiale. È’ la prima volta che ci entro.
Ma come fai a dormire così profondamente, con una mezza sconosciuta nel letto? Io avrò chiuso gli occhi sì e no due ore, invece tu te la spassi di sonno. Certo che è veramente carino. Oh sì, molto carino, un gran figo di musicista. E io ci sono appena stata a letto, che brava!
Mmmh. A guardarlo così non sembra pericoloso. Voglio dire, io questo problema me lo pongo: ti trovi come niente a dividere le lenzuola con una persona che conosci da così poco. E se fosse un pazzo maniaco che finge di dormire, aspetta che io mi riaddormenti e mi soffoca con un cuscino? Magari è sonnambulo. Tra un momento tira fuori un rompi ghiaccio da sotto al letto e mi trafigge a occhi chiusi. E si rimette giù tranquillo a sognare in mezzo al mio sangue.
Ma no, che assurdità. Quella sveglia sono io. Potrei soffocarlo io nel sonno. Non lo preoccupa la cosa? Evidentemente no.
Ma quanto mi piace!
Solo che io proprio non riesco a dormire, accidenti. Che ci faccio qui? Sarà carino lasciare un biglietto e andarsene mentre dorme? No, non si fa. Ma chissà per quanto ancora può andare avanti così, senza dar segni di vita. E io che faccio? Mi scoccio. Sono sveglissima.
Dio santo che casino qui dentro. Magari mi alzo e gli lavo le tende. Gli stiro due camicie e gli metto in ordine i libri.
DOMENICA. SERA.
Me ne sono andata da quella casa alle 9, mi sono girata in quel letto per altre quattro ore e ho approfittato di una fessura tra le sue ciglia, una specie di impacciato dormiveglia, per dargli un bacio sul collo e dirgli ciao io vado ci sentiamo.
Ecco, ci sentiamo. Sono passate 13 ore. Quand’è che ci sentiamo? Il galateo cosa prevede? Non credo esista una normativa rassicurante in proposito. Rientrerà nel galateo andare a letto con un tizio, carino quanto vuoi, ma che conosci da mezza giornata? Boh.. È buona educazione mostrarsi impudicamente a un arpista appena conosciuto? Le signorine di buona famiglia lo farebbero? Loro non so. Io volentieri. Ma adesso è davvero un problema e le buone maniere vanno assecondate: chi chiama per primo?
Dai, fammi uno squillo. Suona telefono, dai. Anche solo un messaggino passata una buona giornata?
LUNEDI’. POMERIGGIO.
Sono le 3 e un quarto. Non mi chiama, non mi ha chiamata. Nemmeno il trillo di un messaggio. Niente di niente. Silenzio. Forse è un po’ troppo presto. Se mi chiama appena scattate le ventiquattr’ore c’è il rischio che tema che io pensi che è troppo invadente. Chiaro, no?
LUNEDI’. SERA.
Vado a dormire. Non ci siamo sentiti e penso che sia giusto: da quando in qua ci si chiama il giorno dopo aver fatto sesso? No, no. Queste cose si calcolano con ragionevole distacco. Silenzio. Ed è meglio così.
MARTEDI’. PRANZO.
Chiamami maledizione!
MARTEDI’. ORE 18.40.
Buonasera, tim, sono Lucia, posso aiutarla?
Sì, grazie. Ho un problema sulla linea.
Che tipo di problema?
Non ricevo telefonate né messaggi.
Ha un problema con il traffico entrante?
Penso di sì…
Facciamo una verifica. Qual è il numero?
339 ecc ecc
Intestato a?
Michela Digi
Mi sembra tutto a posto.
È sicura?
Bè, sì. Ha ricevuto una telefonata alle 18.32…
Sì, mia madre. Ma non conta. La linea quindi funziona?
Sì, funziona. Nessun problema.
Davvero?
Certo.
Ah. Grazie. Buonasera.
Buonasera.
MARTEDI. ORE 23.58.
Lo spengo o non lo spengo? Normalmente quando vado a dormire lo spengo, però magari lui è uno di quelli che ama le conversazioni notturne, gli piace mandare messaggi carini alle 3 del mattino. Non posso rischiare di perdermelo. Stanotte si dorme col telefono sul comodino. Acceso.
MERCOLEDI’. ORE 6.47.
La sveglia mi darebbe un bonus di altri 43 minuti e io sono già in piedi. Idiota idiota idiota. Tutto per un telefono muto. E se chiamassi io?
MERCOLEDI’. ORE 11.06.
Lo chiamo. Non lo chiamo. Lo chiamo. Non lo chiamo. Lo chiamo non lo chiamo lo chiamo o non lo chiamo? Magari un messaggio? No, i messaggi sono equivoci, in centosessanta caratteri ci stanno appena il mio nome e cognome, figuriamoci un saluto post orgasmico. O lo chiamo o non lo chiamo.
MERCOLEDI’. ORE 13.35.
La smetti di vivisezionare quel piatto di pasta?
Perché, tu quando aspetti una telefonata che non arriva cosa fai? Yoga?
In effetti sì.
E io affetto maccheroni al ragù in pezzi piccoli piccoli.
Senti, parliamone. Dunque non chiama.
No. È mercoledì. Sono passati, per intero, domenica lunedì martedì e oggi per metà.
Domenica non lo conterei.
E no. Non lo conteresti se ci avessi passato insieme la giornata. Ma dal momento che me ne sono andata al mattino presto la posso contare.
Sì, funziona.
Perché non chiama? Cosa ho sbagliato? Sarà perché gli ho riordinato casa?
Gli hai riordinato casa? Quella notte?
Ma no, la mattina. Non riuscivo a dormire.
E gli hai riordinato casa?
Giusto due cose…
Magari è timido.
No.
Ha una ragazza?
Non credo.
Il telefono rotto?
Mappperpiacere.
È andato tutto bene tra di voi?
Sì, tutto bene.
Ma bene del tipo ho-paura-di-farti-male o bene più tipo prendi-mordi-graffia-fammi-male?
Più la seconda direi.
Non è dunque il tipo che mentre fa sesso ti lascia il tempo di pensare che hai bisogno di un paio di scarpe nuove?
Assolutamente.
Quindi nessun disagio fisico.
Niente di cui abbia potuto accorgermi. Lo chiamo?
Non prima delle dieci di stasera.
MERCOLEDI’. ORE 21.57.
Non so se è la cosa giusta. Cosa diavolo gli dico? Se non ha avuto modo tempo e voglia di chiamare lui si vede che non gli interessa. Non ci vuole niente a chiamare una ragazza.
Forse non ci vuole niente a chiamare una ragazza con cui non hai ancora fatto sesso.
Che disastro. Se ora lo chiamo penserà che sono pazza di lui e non vedo l’ora di lasciare il mio spazzolino nel suo microscopico bagno. Oppure che sono la classica ragazza vinavil incapace di mantenere le giuste distanze. Potrebbe addirittura pensare che sono pronta a buttarmi ai suoi piedi, legarmi alle sue caviglie e stramazzare d’amore.
Che orrore. Non potrebbe pensare che avevo semplicemente voglia di sentirlo e basta?
MERCOLEDI’. ORE 22.04.
Sì, pronto
Ciao, sono Mich
Oh.
(oh??) Ciao
Ciao
(non si può dire che ti sforzi di mostrarti felice di sentirmi) Come va?
Mmmh, normale. Tu?
Mah, bene. Avevo voglia di sentirti
Ah
(potresti anche aiutarmi un po’ accidenti) Allora tutto bene? Cosa hai fatto in questi giorni? (penosa, non ho niente di più brillante da chiedergli?)
Le solite cose
Tipo? (adesso vomito)
Senti, c’è una cosa che devo dirti…
(finalmente) Che serio. Di che si tratta?
Ecco, io…
Cosa?
Io ho pensato tutti i giorni di chiamarti, davvero
(che tenero!) Sì?
Sì. Ma alla fine non ci sono riuscito. Sono molto in imbarazzo.
(molto che?) Che tipo di imbarazzo?
Sai, hai dormito qui, ero molto contento, ma poi…
(avanti, coraggio) Ma?
Non so bene come dirtelo
Hai una ragazza?
No, non è quello. Io…
(dio che fatica) Dai, non sarà così terribile
Dipende dai punti di vista. Tu comunque stai bene?
Bene, sì
Ma bene bene?
(prego?) Ssssì…
Ma proprio bene? Bene dappertutto?
(…??) Di cosa parli esattamente?
No, perché io non sono stato bene in questi giorni
(no no no no, ti prego, no) In che senso?
Ecco, ho una specie di sfogo eritemico
Un eritema?
Simile
(dove dove dove?) E dove?
Il medico ha detto che non sono infettivo, però comunque non sapevo come dirtelo e avevo fatto tutte quelle storie per non usare il preservativo, insomma, mi sentivo un po’ in colpa…
Di che diavolo stai parlando?
Ecco, ho delle bolle…
Delle bolle?
Sì, con delle piccole croste…
Bolle con le croste?!
Guarda, non c’è pericolo, sul serio, è una cosa mia
Tua? Dove? Dove le hai le bolle con le croste?
Davvero, mi spiace. Ma ti assicuro che non c’è pericolo…
DOVE???
Sul pisello
martedì 29 settembre 2009
Precise disposizioni
Allora, accade più o meno questo, che uno inizi a pensare all'eventualità che morte lo colga prima di riuscire a salutare tutti quanti. Anzi, è abbastanza probabile che accada proprio questo, dato che è piuttosto difficile che uno mentre è lì che agonizza si metta a fare un giro di telefonate per avvisare gli amici. Ora, quello che mi turba è che ci sono persone che non lo sapranno mai. Pensate pure che da parte mia si tratti di una forma perversa di narcisismo, può darsi, però questa cosa che certuni non verranno a sapere della mia dipartita non mi va proprio giù. Non parlo di chiunque io abbia conosciuto su questa terra, è ovvio, parlo piuttosto di compagni per certi versi transitori, amori ad interim, amici di passaggio, che però hanno influito in modo decisivo su certe nostre giornate. Definiteli come vi pare, fatto sta che sapete con certezza che non sono abbastanza presenti nel vostro presente da poter incrociare l'epigrafe con il vostro nome. E quindi? Come fate a sopportarlo? Ho dunque immaginato di depositare presso un notaio alcune precise disposizioni, come ad esempio un elenco di persone da contattare in caso di calamità che mi vedano protagonista. Avevo anche pensato di lasciare presso il suddetto l'elenco delle mie 6 caselle di posta e dei miei 7 altri account con relative password (compreso questo) con indicazioni dettagliate su come dare la notizia attraverso la mich virtuale. Ma ho lasciato perdere perché in questo modo ne verrebbero probabilmente informate anche persone che ne sarebbero felici e non mi va tanto. Alla fine dunque ho lasciato perdere le vie legali, ho messo giù qualche nome e, presa da cotanti pensieri, ho scritto a un'amica quanto segue:
senti, sono in paranoia pura: se dovesse capitarmi qualcosa di brutto e/o tragico (intendo qualcosa di semi-definitivo tipo morte, incidente gravissimo, leucemia fulminante o patologia rara) mi prometti che farai in modo, per quanto in tuo potere, che questo elenco di persone lo sappia? conto su di te [segue elenco con recapiti]
venerdì 25 settembre 2009
Pendolante
Sveglia alle 6.
Uscita di casa alle 7.
Rientrata adesso, con quasi due ore di ritardo rispetto al previsto, causa guasto tecnico di aliena natura. Ho attraversato, digiuna, campagne buie e stazioni colme di passeggeri rassegnati e digiuni pure loro, dallo sguardo sempre più feroce. Ora temo la crisi isterica, temo di iniziare a urlare e non smettere più, cerco spigoli cui dare mirate testate. Le mie poche certezze vacillano. Ho bisogno di sushi, ma è tardi per la consegna a domicilio. Tengo a bada l’ansia buttando giù un moment col martini.
PS. grazie Trenitalia
Uscita di casa alle 7.
Rientrata adesso, con quasi due ore di ritardo rispetto al previsto, causa guasto tecnico di aliena natura. Ho attraversato, digiuna, campagne buie e stazioni colme di passeggeri rassegnati e digiuni pure loro, dallo sguardo sempre più feroce. Ora temo la crisi isterica, temo di iniziare a urlare e non smettere più, cerco spigoli cui dare mirate testate. Le mie poche certezze vacillano. Ho bisogno di sushi, ma è tardi per la consegna a domicilio. Tengo a bada l’ansia buttando giù un moment col martini.
PS. grazie Trenitalia
lunedì 21 settembre 2009
Rewind
C'è questo cantante, può essere che qualcuno di voi lo conosca, si chiama Vasco Rossi. Adesso non venitemi a dire che voi non vi bagnate nella folla del signor Rossi, pfui, che non avete mai canticchiato, magari senza rendervene conto, qualche vecchio successo e che lo lasciate alla massa mentre voi ascoltate soltanto retrospettive di musicisti ucraini possibilmente morti nei gulag. Che ci stanno anche le retrospettive dei musicisti morti, ci mancherebbe, ma oggi Vasco Rossi mi serve per un concetto in particolare: quello del Rewind, non necessariamente legato al sesso, come invece compare nella canzone del nostro amico, ma esteso a tutte le possibili varianti. Non mi viene in mente un altro che l'abbia usato con la stessa accezione (senz'altro esiste, e può darsi che non si tratti per forza degli Zero Assoluto, solo che oggi mi martella in testa questa, di canzone), un'accezione molto particolare. Non ha niente a che fare coi rimpianti e coi rimorsi: qui si tratta di fare una manciata di passi indietro per rivivere tutto da capo senza cambiare una virgola. Fare Rewind perché è stato una figata insomma, non per cambiare parole o situazioni o per ripercorrere una vicenda con in mano il bloc notes dei se e dei ma. La ripercorriamo perché ci è piaciuto, perché era perfetto così. Certo, a volte si vorrebbe tornare indietro per rimediare, per cambiarlo quel maledetto attimo, anche solo per prendere quell'incrocio in bici senza fidarsi del principio della precedenza. Ci sono anche questi, di tormenti, quando si desidera far qualche passo a ritroso: torno indietro e rifaccio tutto diverso. Ma altre volte no. Altre volte si vorrebbe il tasto Rewind per rifarlo uguale.
martedì 15 settembre 2009
Chi ben comincia
Arrivo all'incrocio pedalante coi pensieri a fette, 7 del mattino, la strada è deserta. La percorro tutti i giorni alla stessa ora, conosco a memoria la sequenza delle precedenze. Qui è mia. Ma lui, furgone, non se ne cura. Un secondo esatto per capire che forse non mi ha vista, o che se mi ha vista se ne sta fregando, che non sta rallentando. Pochi metri, sempre meno. Chissà cosa pensa quando si rende conto che sono lì. Qualunque cosa pensi, lui è al chiuso di un abitacolo in acciaio, io sono all'aperto, in sella nell'aria del mattino. Vedo la frenata, ma non sarà sufficiente mi dico. Pochi istanti per pensare oddio qui c'è l'asfalto, spero di non farmi troppo male. Dilatazione spaziotemporale. Quando finisce questo maledetto incrocio? Pedalo. È a un metro, urlo, i muscoli contratti in attesa dell'impatto. Ma l'impatto non c'è: io passo, gli si spegne il motore nello sforzo dell'inchiodata. Mi fermo. Non ne vedo nemmeno la faccia e grido “Coglione! Cazzo! Avevo la precedenza!”. Avrei voluto dire qualcosa di più intelligente, magari senza turpiloquio, non urlando. In teoria sarei la tipa da invitarlo a discutere a mente fredda, con calma e ragionevolezza, dell'imprudenza della sua guida. Invece sbraito cinque parole. Riparto. Riparte. Mi accorgo che sto tremando. Piango per due isolati. Poi la giornata comincia.
Potrei fare autocritica. Se fossi andata un po' meno veloce, se ci fosse stata più luce, se non ci fosse stato l'asfalto bagnato. Insomma, forse è colpa mia, forse pedalavo distratta.
Al diavolo l'autocritica! Avevo la precedenza. E so andare in bicicletta. Quel demente si doveva fermare.
Potrei fare autocritica. Se fossi andata un po' meno veloce, se ci fosse stata più luce, se non ci fosse stato l'asfalto bagnato. Insomma, forse è colpa mia, forse pedalavo distratta.
Al diavolo l'autocritica! Avevo la precedenza. E so andare in bicicletta. Quel demente si doveva fermare.
lunedì 7 settembre 2009
Punteggiatura emotiva
Ho un problema di comunicazione. Riguarda la punteggiatura, quella usata per creare faccine, sorrisini e stati d'animo in genere. Temo di essere un po' indietro, più come approccio che come capacità esegetica, e di avere qualche seria difficoltà a comprendere pienamente quello che si sta cercando di dirmi. Mi spiego: alcune sono piuttosto facili
:) e :)) = rido, sorrido, uh come sono contenta, bella questa. Per quanto mi riguarda io la intendo anche come un 'grazie' e 'grazie tante', ma è questione di punti di vista
:D e :DD = che ridere! Che matte risate! Mi sto sbellicando!
:( e :(( = povera me, me tapina, me infelice
:[ = questo sta pensando che sto dicendo una scemenza
>:O = questo sta pensando che la scemenza me la farà rimangiare quanto prima
:°( = questo piange? Così? In pubblico?
:* = e questo bacia? O fa una pernacchia?
Ho poi qualche piccolissimo dubbio con:
;) apparentemente è un occhiolino, d'accordo. Ma in che contesti si strizza l'occhio? Si ammicca per fare una battuta, per sottolineare l'ironia e perché sia chiaro 'non prenderla troppo sul serio' immagino. Io comunque, per mesi, a questa cosa della malizia sottintesa al punto e virgola ho sempre abbinato, per associazione mentale, una qualche specie di segreta avance.
Ma i problemi veri arrivano adesso:
=) questo che è?
E questo :/ ?? Pensavo fosse disappunto, poi qualcuno l'ha usato come interrogazione e qualche altro come perplessità. E io non sapevo se rispondere, cosa rispondere o se era il caso di scusarmi.
E poi ci sono quei tre sguardi straordinari:
o_O questo è strabismo puro
*_* questo invece ha assunto sostanze psicotrope
^_^ per non dire di questo, un affronto all'Accademia della Crusca.
E mi sono limitata ai più usati, evitando di inserire nell'elenco la variante con naso/senza naso, le parentesi graffe e i cancelletti.
Avete suggerimenti? Sono naturalmente ammesse e benvolute libere esegesi e reinterpretazioni bizzarre, anche perché io adoro usarli a vanvera.
martedì 1 settembre 2009
Donna triste, maneggiare con cautela
La verità è che quando una donna è triste c’è poco da chiedere. Soprattutto quando i motivi di quella malinconia non sono chiari nemmeno per lei. Il massimo che potete fare è cercare di assecondarla. Assecondarne i capricci normalmente significa concederle una serie di iniziative moleste sulla vostra persona. Far finta che sia colpa vostra insomma. E anche se in tutta coscienza potete dire di non aver fatto niente di sbagliato sappiate che qualcosa la si trova sempre. Quindi vi conviene darle ragione a prescindere e mantenere il vostro atteggiamento limpido e accomodante, in special modo se la malinconia si accompagna all’insofferenza. Ad esempio dovete dimostrare entusiasmo se manifesta il desiderio di abbattere sui vostri alluci una pentola a pressione o un rastrello da giardiniere. Denigrare persone che stimate ma che sapete che lei detesta vi farà guadagnare il suo rispetto e forse riuscirete persino a meritarvi un sorriso. Dovete poi apprezzarne gli sforzi compiuti nel tentativo di cucinare quella pietanza a base di seitan che detestate. Anche permetterle di togliervi i punti neri può essere terapeutico per il suo umore (personalmente è una pratica che aborro, ma conosco donne di ingegno, cultura ed intelletto che invece impazziscono di gioia all’idea di un simile privilegio sulla pelle del partner – specie sulla schiena – ). Chiederle ripetutamente “cos’hai?” è il modo migliore per alimentarne la depressione e, in certi casi, la furia, sappiatelo. Cosa volete che vi risponda? “niente”, dirà. E, a seconda che a prevalere sia la tristezza o l’insofferenza, potreste provocare, con l’incauta domanda, tanto le lacrime quanto una padellata in fronte. Assecondarla, dunque. Il che potrebbe significare anche restare al buio in salotto a fissare la tele spenta per due ore. In tal caso troverà la vostra presenza irritante. Ma la vostra assenza la offenderà a morte.
giovedì 20 agosto 2009
Spiaggia e senilità
Eccomi di ritorno. Dodici giorni di mare e una certezza consolidata: non sono più quella di una volta. Sto parlando dell’avanzare inesorabile del tempo ovviamente, che fa di me un’attempata bisbetica bagnante, simpatica come un giro di valzer su uno scoglio di ricci. Lo dimostrerò con lucide osservazioni, pronta ad ammettere l’inammissibile.
Tanto per cominciare, nonostante la mia prenotazione su Moby Line prevedesse un impavido passaggio ponte notturno, la prima cosa che ho fatto nel salire a bordo è stata cercare una cabina. C’era. E di questo ringrazio il dio protettore dei pigri e degli indolenti, che ha evitato che mi accampassi sul pavimento di un sottoscala, vicino a una famiglia con tre figli sotto i 6 anni e due barboncini. Ma andiamo avanti. Nei primi anni Duemila la mia giornata era più o meno la seguente: dormivo fino alle 11, facevo colazioni ricche di grassi polinsaturi e andavo in spiaggia, dove rimanevo dalle 12 alle 20. Restavo otto ore di fila sotto il sole, spalmata di unguenti a filtro 0, coltivando abbronzature ai limiti della tollerabilità dermatologica. Avevo i capelli felicemente arruffati dalla salsedine e sguazzavo beata sul bagnasciuga, concedendomi pause per pranzare al chiosco più fetido del litorale, con pasti a base di frittelle, monumentali gelati e birre ghiacciate. Alla fine degli anni Duemila la mia permanenza in spiaggia è più o meno la stessa: dalle 12 alle 20. Solo che, qualunque sia l’ora in cui vado a dormire, apro gli occhi senza sveglia al massimo alle 8 e mezza. Approfitto delle ore guadagnate per allestire sportine da pic-nic con pranzi a base di tabulè con verdurine crude, carotine in pinzimonio e tranci di frutta fresca. Bevo solo acqua naturale e dalle 12 alle 19 e un quarto sto sotto l’ombrellone, con cappello di paglia e crema solare a schermo totale. Detestando mortalmente l’effetto corteccia morente che il mare distribuisce equamente sulle chiome femminili ho comprato, per una cifra non divulgabile, una lozione protettiva per capelli. Ora non temo più né iodio né salsedine e in profumeria hanno affisso una targa col mio nome. Sono insofferente alla sabbia e ai minorenni che me ne mandano in faccia palate nello sbattere incautamente asciugamani lerci e infradito di paglia. Auguro silenziosamente un bagno al largo con le meduse ai giocatori di racchettoni, che si fanno vicendevolmente il tifo urlando a tre passi dalle mie orecchie, e spero di vedere presto almeno un piccolo eritema sulla pelle perfetta di quella biondina ventunenne che mi passa davanti sculettando settanta volte al giorno, portandosi in giro una bellezza a dir poco sfacciata. La mia compagna di ombrellone, che appena qualche anno fa vantava invidiabili competenze di gossip vacanziero, sta ora dedicando l’estate ad amene letture: l’ho colta in flagrante con un tomo di Balzac tra le mani, la storia in quattrocento pagine della cugina Bette, una zitella francese acida quasi come noi. E io non sono da meno: un tempo campionessa di cornici concentriche e incroci obbligati, tengo ora tra le mani, per discutibili motivi accademici, una roba illeggibile della scuola di Francoforte, la cui prefazione recita testualmente “questo è un saggio difficile, a tratti persino noioso”. E vogliamo parlare delle conversazioni? Mi sono sorpresa più volte, con la compagna di ombrellone di cui sopra, a parlare di malattie. Malattie, capite? A vent’anni ci si dava consigli su come prevenire quelle veneree, adesso ci si scambia opinioni sulle patologie degenerative.
Anni fa, se ti suonava il cellulare, era il barista dei Bagni Sardine Selvagge per invitarti al falò di Ferragosto o al massimo tua madre, cui potevi comunicare lieta l’avvento di una micosi sulla spalla destra. Adesso se ti suona il telefono è il tuo collega che ti chiede per cortesia se puoi richiamare il dott. Panella che deve parlarti di una cosa urgente. Tua madre continua a chiamare naturalmente, solo che invece di chiedere se ti sei scottata, adesso ti domanda se vedere tutti quei bambini in costumino non ti mette finalmente in moto una sana voglia di maternità.
Una volta, una serata in spiaggia a vedere le stelle, avrebbe avuto un contorno di vestitini scollacciati e bagno nudi sotto la luna. Ora, temendo una congestione o quantomeno una colite, ci presentiamo all’appuntamento con la sabbia notturna coperte di golfini e scialletti, scarpe chiuse, pantaloni lunghi e sorriso intirizzito di chi spera che sia una cosa breve. Anche solo pochi anni fa non avrei mai sentito un uomo dire a una donna sulla spiaggia di notte: “Per favore, scusa, puoi levarmi la testa dalla spalla che mi si blocca l’articolazione?”.
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