venerdì 27 agosto 2010
martedì 24 agosto 2010
Pizzicata
La pizzica è una danza per turisti. Lo è nella maggior parte del Salento e per la maggior parte dell’estate suppongo. Io sono inciampata per caso nella festa di paese di Cutrofiano, una manciata di abitanti, dove la turista ero io. E basta.
La pizzica è una danza per bambini. La piazzetta dove folleggiano un violino, un organetto, tamburelli e una sensuale voce di donna, brulica di infanti e adolescenti incontenibili.
La pizzica è una danza di coppia. Coppie di indigeni, alcuni dei quali a piedi nudi, si corteggiano al ritmo dei tamburi. È un gioco di cui riconosco facilmente le regole: lei fa la scema, provoca, occhiolina e ammicca ma, appena lui le si avvicina, incoraggiato dalla danza, lei si ritrae con sdegno. I passi tirano indietro il corpo di lei che sembra dire “mi sa che hai capito male”. L’occhio intanto si riga di malizia e suggerisce, impertinente, “no no, guarda che hai capito benissimo”. E da qui si procede. Praticamente la storia di tutte le storie. Come possono confermare le donne che hanno il coraggio di ammetterlo.
La pizzica è la danza per me. Non solo per l’impertinenza di cui sopra, suvvia, ma per l’irresistibile gioco di mani sui tamburelli, che si impadronisce dei piedi dei presenti e non permette loro di starsene a guardare. Oddio, a dirla tutta, se avessi avuto un minimo di decoroso amor proprio me ne sarei rimasta a guardare eccome, ma tanto laggiù, a 1200 km da casa, che avevo da perdere? La dignità vacanziera gode in genere di una certa rilassatezza dei costumi, è noto. Fatto sta che, pur mediamente sobria, passato l’attimo della spettatrice, ero nella cerchia dei danzanti. C’è da dire che dopo un minuto e mezzo ero già del tutto priva di fiato.
La pizzica non è una danza per turisti: immagino che il trucco usato dagli indigeni per mantenere intatte le loro funzioni vitali consista nel variare sapientemente il ritmo dei passi nonostante i tamburelli continuino imperterriti la loro marcia. Ma io, che sono solo una torinese in vacanza, che ne so? Ho continuato a volteggiare dimenandomi sconclusionata, irragionevolmente fiera di essermi liberata da ogni imbarazzo, senza praticamente fermarmi. Dopo cinque minuti volevo morire. Al sesto minuto ho invocato alcune divinità griche pregando silenziosamente per un malore improvviso del violinista, o quantomeno un piccolo colpo apoplettico per la cantante, anche non grave. Dopo sette minuti l’orgoglio ha avuto il sopravvento: se resistono tutte queste ragazzette, maledette loro, giammai sarò io a lasciare la cerchia per prima. Alla fine del pezzo sono stramazzata in un angolo dal quale mi sono rialzata poco fa.
Sono quasi certa che i miei problemi di fiato siano dovuti essenzialmente a due fattori. Sarò didascalica ma seguitemi. Innanzi tutto la respirazione appresa nelle mie sessioni di yoga esige un dispendio di ossigeno inferiore: la pizzica ha proprietà sciamaniche praticamente identiche ma le energie ne risentono. In secondo luogo, come dicevo, la pizzica è una danza di coppia: il trucco per mantenere integro il fiato suppongo stia proprio nel gioco dei passi a due. Si sa: sedurre ed essere sedotti è una danza con delle pause precise e una donna che fa la scema ha poi tutto il tempo di riprendere fiato mentre è impegnata a far credere all’uomo di aver frainteso, di aver sopravvalutato gli scopi del suo ritmico ancheggiare. Ecco, io questa danza di coppia l’ho ballata da sola. Quindi senza pause. Perché sola? Forse non ho fatto la scema abbastanza.
In foto: Mich balla la pizzica. Pare che un’indigena abbia avvicinato l’autore dello scatto dicendo “Eh, si vede che non è pugliese. Ma se la cava”. Si vede che non è pugliese? Non capisco da cosa.
giovedì 5 agosto 2010
D'estate
Il pensiero mi vola via e si perde,
il segno si fa vacante,
l'aria è calda
la tavola piena di frutta.
V. MAGRELLI in Ora serrata retinae (sezione Aequator lentis)
domenica 1 agosto 2010
Che peccato, l'invidia
In secondo luogo io invidio chi riesce a trovare forme di espressione diverse dalla parola. Invidio chi sa cantare, chi sa suonare, comporre, chi disegna, dipinge, chi sa prendere a morsi perfetti la realtà per mezzo della fotografia. Ecco, sui fotografi aprirei proprio un discorso a parte. Ne conosco una che guarda la realtà attraverso un obiettivo. Non credo di averla mai vista senza quell’obiettivo. Provo un costante moto di ammirata letizia nel guardarla rubare gli istanti del mondo con una sequenza di impercettibili clic. Ma il piacere di vederla concentrata e attenta sulle inquadrature dei volti, dei tetti e dei colli si trasforma ben presto in malcelato fastidio, ché io non so fare né saprò mai fare niente del genere. L’invidia è una forma rancorosa d’astio, una mescolanza di adorazione, desiderio e ostilità.
E io talvolta invidio. L’invidia, al contrario di certe forme di sfacciata ammirazione, non produce emulazione, né altre forme di costruttiva imitazione, né alcuna sorta di euforico apprendimento. Nemmeno la rivalità: perché l’invidioso non desidera essere meglio dell’invidiato. L’invidioso desidera che l’invidiato smetta di esistere. È una prospettiva sottilmente diversa.
Ho recentemente passato la notte con la fotografa di cui sopra. Fianco a fianco. In un letto a due piazze di un albergo isolato. Avrei potuto ucciderla. Potevo soffocarla nel sonno.
Ma non l’ho fatto. Ho sempre avuto qualche problema con l’occultamento dei cadaveri.
mercoledì 28 luglio 2010
Attenzione Attenzioni
Attenzioni che lui dedica a lei:
- le appende quella mensola che son due anni che glielo chiede
- le tocca il sedere mentre sta lavando i piatti
- le regala quella borsa da 180 € di cui lei parla ininterrottamente da quattro mesi
- le manda un messaggio che dice più o meno: “ho pagato la luce, compro io il pane e passo dal ferramenta per quella brugola. PS. Ti mangerei"
- le suggerisce una scusa credibile per saltare il pranzo mensile dalla prozia Pina
- le fa trovare in forno tartine calde di polenta e formaggio quando lei torna dal lavoro e si mangerebbe anche le gambe del tavolo
- decide che è il momento di spogliarla e di fare l'amore anche se lei è vestita da colf e si sente la donna meno sexy della terra
- la accompagna da ikea la domenica pomeriggio e poi le monta trømso
Attenzioni che lei dedica a lui:
- gli porta nottetempo le camicie preferite a stirare in tintoria e poi gli dice che le ha stirate tutte lei (per lui)
- gli pulisce e cucina tutte quelle verdurine che lui non lo sa ma gli fanno tanto bene
- gli ricorda gli appuntamenti
- ha imparato a memoria la formazione della squadra di calcio di cui è tifoso (non la formazione attuale: quella della stagione 1975/1976)
- fa scoccare oral time a tradimento e gli pratica sesso orale quando meno se lo aspetta
- lo cura con la fitoterapia (un giorno lui la ringrazierà per questo, anche se adesso non lo sa)
- prende nota dei suoi desiderata
-gli lascia post-it attaccati al frigo con su scritta la lista della spesa: latte, uova, fette biscottate, svelto piatti, l'anello vibrante della durex e marmellata di lamponi
Vi viene in mente altro?
martedì 20 luglio 2010
L'equilibrio del rimpianto
La questione è di quelle spinose: data la premessa secondo cui le relazioni tra umani possono assumere contorni mutevoli che non sempre è necessario definire, che tipo di rapporto esiste tra persone che si sono guardate con desiderio ma che di fatto non si sono mai possedute? Parlo solo in parte di relazioni tra ex, perché quello è un problema ancora diverso, nel quale entrano in gioco anche la nostalgia, talvolta il risentimento, un paio di forme di gelosia e almeno tre o quattro diversi tipi di variabili amorose. Parlo prevalentemente di rapporti in qualche modo irrisolti, quelli in cui il senso del possesso si è bloccato sulla soglia.
Immagino dipenda dalle motivazioni per le quali questo possesso non ha mai preso forma, perché sono in fondo queste motivazioni che danno il peso al relativo, eventuale rimpianto. Ne parlavo qualche tempo fa con qualcuno, il quale sosteneva di aver trovato una forma di perfetta stabilità emotiva in una relazione di amicizia le cui premesse erano tutt’altro che amichevoli.
Non ho motivo di dubitare della buona fede delle persone coinvolte e chiunque riesca a fare ordine a livello sentimentale in modo apparentemente così solido e ordinato gode senz’altro della mia stima imperitura. Quello che mi chiedo è: cosa ce ne facciamo del desiderio e della brama? Li buttiamo giù sperando che il nostro organismo trovi il modo di trasformarli in energia? Il nostro metabolismo che se ne fa di questo ingordo desiderio mal espresso? Secondo me non se ne fa niente e diventa tutta cellulite, ma questa è la mia opinione. E d’altronde talvolta non si può fare a meno di inghiottirla questa smania.
Insomma, la domanda è ampia: esistono forme di equilibrio con persone per le quali nutriamo forme di rimpianto?
giovedì 15 luglio 2010
Quattr'occhi
I nostri occhi sono programmati per guardare lontano. Non l’ho inventato io: l’ha detto il mio ottico nel tentativo dichiarato di vendere un paio di occhiali ai miei 10/10.
I nostri occhi lavorano al meglio sulle lunghe distanze, rilasciati verso spazi ampi, liberi e in estensione profonda. Ma questo, alla maggior parte di noi, non succede spesso: concedere le pupille al loro amante naturale, l’orizzonte, è un lusso che di rado ci accordiamo.
Di norma obblighiamo i nostri occhi a leggere, a fissare monitor e tastiere per ore, a restare letteralmente costretti in uno spazio di trenta centimetri, mezzo metro, le pareti di una stanza a voler esser generosi. E per loro questa è una fatica, un lavoro, un danno.
Se non ci è data la possibilità di uscire in via definitiva dagli spazi chiusi, possiamo porre rimedio in due modi: concedendoci con regolarità uno sguardo fuori dalle mura, è sufficiente affacciarsi con cura a una finestra possibilmente aperta, oppure regalarci gli occhiali da riposo, quelli che ti aiutano nella vista costretta.
Io sto imparando con metodo e costanza a sbrigliare il mio sguardo dalle sue stupide costrizioni e ho le pupille allenate a tendere imboscate agli ostacoli tra la loro tondezza e l’orizzonte. Però, per i momenti di stanchezza, io questi occhiali da riposo me li sono fatti. Sono celesti, mi stanno da dio e vedi mai che mi danno una mano.
L’ottico mi ha fregata di nuovo.
martedì 13 luglio 2010
Holidays in the sun(flowers)
Sono stata in vacanza. Avevo pochi giorni, una parentesi tra un mondo di lavoro e l’altro. La provvidenza, amorevolmente provvista di casualità, ha messo sulla mia strada alcuni decisivi compagni di viaggio, grazie ai quali ho potuto adoperarmi in alcune amene attività che ora vado a raccontarvi.
Tanto per cominciare, c’è da dire che la sveglia mattutina entro le 7.30 ci ha permesso quotidianamente di fare una tonica corsetta in mezzo ai girasoli. Alla colazione, in genere a base di centrifugato di bietola e rabarbaro, seguiva di norma una lunga passeggiata sulla spiaggia, con sessione di yoga ed energica partita di beach volley prima di pranzo. Raccolti attorno al desco, si consumavano alcune gradevoli conversazioni attorno alla fisica dei quanti o, in alternativa, all’idealismo tedesco del XVIII secolo, con lettura in lingua originale di alcuni passi dalla Dottrina della Scienza, di Johann Gottlieb Fichte. Se nel pomeriggio non ci si dilettava di visite mirate a certi remoti musei dell’entroterra, i cui tesori tardo rinascimentali non sto qui ad elencarvi, ci si dedicava in gruppo alla discussione della Critica della Ragion Pura, spesso in compagnia di certi simpatici vicini di ombrellone, con i quali abbiamo anche improvvisato estenuanti tornei a racchettoni per sgranchirci un po’ le gambe. Naturalmente non di solo rigore vivono il corpo e la mente, motivo per cui le serate erano dedicate ad allegre rievocazioni storiche, non prima di aver consumato un frugale pasto a base di frutta e cereali. Per rendere anche la doccia un momento di sana disciplina psico-fisico, grazie a un sofisticato congegno di recente brevetto, si è provveduto a collegare la corrente elettrica alla rete idrica, in modo da garantire tonificanti getti d’acqua a fior di pelle.
E tutto questo senza alcool, senza grassi idrogenati, senza carne, senza esaltatori di sapidità.
Come sarebbe a dire che non ci credete? Non penserete mica che io abbia trascorso questi pochi giorni consumando monumentali aperitivi a base di vini e bollicine? Non crederete davvero che abbia scovato un giacimento di grigliate di pesce e bomboloni alla crema? Che abbia trovato sollazzo su sabbie bollenti insieme a rivistucole su cui compilare ignobili test atti a dimostrare che tipo di fedifraga sono o quali competenze vanto negli esami orali? Suvvia. Per chi mi avete presa? Per una di quelle che sostengono che cambiare posizione per favorire un’abbronzatura uniforme può essere considerata a tutti gli effetti un’attività fisica? Pensate forse che io abbia talvolta assunto le sembianze di una stuoia che i miei compagni di viaggio potevano all’occorrenza caricarsi in spalle e srotolare a piacimento? Si vede proprio che non mi conoscete ancora.
Mh. Va bene. Sono pronta ad ammetterlo. Forse qualche volta, ma proprio di rado, ho fatto cose inaudite per le ragionevoli gabbie quotidiane: ho dilatato tempi e spazi. Ho preso possesso, con delizia e privilegio, di minuti lunghissimi, li ho assaggiati, mi ci sono sdraiata sopra. E mi è pure piaciuto.
lunedì 12 luglio 2010
martedì 29 giugno 2010
Femmine e proporzioni
Di cosa posso parlare in una bollente serata estiva mentre la piazza torinese ondeggia sulle note di Carmen Consoli e i liquidi se ne vanno obbligando gli impavidi a un’ora di fila per una Moretti in lattina calda? Di donne, ovvio, roba da rivista femminile. Con un uomo. A me piace sempre molto quando un bipede di sesso maschile mi illustra le sue teorie sulle caratteristiche peculiari che una donna deve possedere perché sia in grado di colpirgli l’ormone e il cuore. Ricorderete in proposito il signor C., dotto teorico dell’argomento e nostro gradito ospite. Ecco, le argomentazioni che mi sono state esposte l’altra sera erano diversamente articolate e prendevano in considerazione tre chiari elementi. Ho preso appunti per non perdere il filo, seguitemi: per essere degna di considerazione, una donna deve possedere, in proporzioni auree, avvenenza, intelligenza, lascivia. La combinazione delle tre farebbe perdere la testa anche a un sasso, mi è stato detto. Credo sia un’ovvietà: come non essere d’accordo? È il concetto di proporzione perfetta che mi suscita qualche dubbio, l’idea di 1/3 + 1/3 + 1/3 = 3/3 di donna perfetta. Ad esempio secondo me una tipa bruttina, se fosse straordinariamente intelligente e avesse un rapporto sano, ludico e generoso con la propria sessualità, avrebbe un potere seduttivo ben maggiore di una bellezza travolgente addosso a una cretina dai facili costumi. Oppure di una venere molto acuta ma del tutto frigida.
Nonostante non mi fossero perfettamente chiari tutti i passaggi della questione, mi sono detta sostanzialmente in sintonia con l’intera faccenda, anche se molto teorica. I problemi infatti sorgono in generale quando si pretende di raggiungere l’oggettività nel tentativo di descriverla questa capacità di sedurre. Mi spiego. Anzi, spiegatemi, ché l’argomento è banalmente estivo ma piacevolmente godereccio: avvenenza, intelligenza, lascivia, cosa sono?
mercoledì 23 giugno 2010
Rughe d'espressione
L’ho comprata. Ho fatto finta di niente, ho ostentato indifferenza nei pressi del reparto profumeria, ho finto di voler acquistare la crema idratante vellutante per farmi la pelle di pesca e invece no, in realtà stavo metabolizzando la relazione con lei, la mia prima crema anti-età per il contorno occhi.
Capita questo, che guardando mie fotografie scattate un anno fa vedo una teen ager forse un po’ attempata ma comunque ancora piuttosto young. Guardando invece la mia faccia su fotografie fatte di recente, l’unica cosa che riesco a vedere sono zampe di gallina che mi devastano l’espressione. Stormi interi di volatili depositati tra le ciglia, anatre che hanno nidificato tra i miei lineamenti.
Ora, io lo so che questo è stato un anno impegnativo sotto molti punti di vista: ho lavorato molto, capitombolato parecchio, dormito meno di quanto avrei voluto, però l’invecchiamento precoce mi sembra una punizione eccessiva.
Ma tant’è, sta capitando. Non avete diritto di replica. Tra l’altro ne ho la conferma dal modo in cui le persone a me vicine cui lo faccio notare glissano nell’affermare “ma nooo, in quella foto eri solo un po’ stanca”, “ma noooo, ma quali rughe, è la luce” e cose di questo genere. Quindi ho deciso: stasera la prima applicazione, sono entrata nel tunnel.
Per altro ho appurato che la quasi totalità delle rughe hanno origine dall’emotività, rughe d’espressione si chiamano: ci si stampa addosso quanto abbiamo riso, quando abbiamo pianto, quanto solletico e quanta sorpresa abbiamo manifestato, quante capriole ci sono balenate tra occhi, naso e bocca. Il che significa che si potrebbe eliminare il problema alla base e in via definitiva bandendo qualunque forma di sollecitazione emotiva, condizione ascetica che, come sapete, perseguo da tempo.
Anche se, a dirla proprio tutta, non mi pare molto divertente come soluzione.
giovedì 17 giugno 2010
La colonia estiva
E’ successo anche a me. Tanti anni fa, in un periodo rimosso della mia infanzia: avevo 11 anni e sono stata mandata in colonia. Ancora mi sfugge cosa spinse i miei genitori a spedirmi per due settimane sulla Riviera Adriatica, cosa che all’epoca assunse i contorni precisi e ingrati della punizione. Avete presente di cosa sto parlando? Sì, le colonie. Quei soggiorni per bimbetti (6-11 anni) che certe aziende propongono ai figli dei dipendenti a prezzi popolari. L’azienda cui mi riferisco io… insomma, si potrà fare il nome? Diciamo una grande casa automobilistica italiana. Dicevo, l’azienda cui mi riferisco io aveva pensato a tutto: partenza all’alba di un mattino di luglio con pullman GT stipati di infanti inconsolabili, animatrici sadiche, spiaggia privata. Il sadismo delle animatrici all’epoca non mi era chiaro, o meglio: non avevo ancora gli strumenti per classificarlo come tale. Ma qualcosa di anomalo stava accadendo. Nella struttura, un edificio enorme su quattro piani, la distinzione era tanto ovvia quanto necessaria: i maschi da una parte , le femmine dall’altra. La promiscuità era interdetta sotto ogni punto di vista e l’integrità delle preadolescenti preservata con ogni mezzo. Il primo di questi era eliminare qualunque abbozzo di identità sessuale: tutti i partecipanti dovevano partire senza nient’altro che quel che avevano indosso. Una volta arrivati e suddivisi nei gruppi (tra parentesi: dodici gruppi di circa 60 elementi ciascuno, per un totale di oltre 700 bambini) iniziava il rito della divisa: in ordine alfabetico, in un camerone, a turno bisognava andare dalla capo animatrice, spogliarsi integralmente, di fronte a tutti, dichiarare cosa portavi con te (mutande rosa, salopette di jeans, scarpe da ginnastica), avvampare per la pubblica nudità imposta, lasciare che mettessero tutto dentro un sacco col tuo nome scritto sopra e prendere quel che ti davano: mutande ascellari, pantaloncino, maglietta a righe orizzontali, sandali di gomma, dentifricio, spazzolino, saponetta. Poi andavi nel letto che ti era stato assegnato e aspettavi immobile che arrivassero nuovi ordini. La nudità si ripeteva ogni mattina: tra la colazione e l’uscita per il mare era obbligatorio mettersi in fila nel solito camerone con le mutande in mano, in cambio delle quali ricevevi il costume da bagno. Francamente mi sfuggono le ragioni di tanto incomprensibile rigore nudista, anche se posso immaginare che questa ritualità contribuisse al mantenimento dell’ordine e della disciplina. L’incontro con i maschi, dei quali io ricordo bene Marco, 11 anni, occhi azzurri e capelli biondi, purtroppo mai più incontrato, nemmeno su Facebook, era limitato agli spazi comuni: la mensa, la spiaggia, la piscina.
Ecco, è qui che avvenivano i primi timidi approcci infantili, palestra emotiva grazie alla quale ho potuto affrontare con animo ben diverso i successivi Centri Estivi (11-15 anni), dei quali la grande azienda automobilistica non si occupava più. Se ne occupavano allegre cooperative di buontemponi hippies e, ormai adolescente, ricordo che mi divertii molto.
sabato 12 giugno 2010
Giugno, un sapore
Giugno, estate.
La mia ultima scoperta in fatto di sapori che regalano freschezza sono i ghiaccioli all'anguria; li ho trovati in un baruccio senza pretese, non lontano da qui: c'è da dire che, a guardar bene, si tratta molto semplicemente di tranci irregolari di anguria infilzati da uno stecco e poi sistemati nel congelatore, avvolti da una specie di carta rudimentale, molto lontana dallo sfarzo impeccabile e luccicoso della grande distribuzione gelatifera.
L'effetto è quello di un pezzo di ghiaccio dolce, stranamente ruvido e consistente sulla lingua; ha una sua personalità insomma, che niente ha a che fare coi perfetti liscissimi ghiaccioli cui siete abituati. Talvolta capita persino di incontrar dei semini di cui liberarsi, con uno sputacchiamento il più possibile discreto e decoroso.
Bizzarro a dirsi forse, ma questo sapore fresco di anguria che non è più frutta ma non è ancora un gelato mi piace proprio.
mercoledì 9 giugno 2010
Tre giorni per cambiare faccia
Per il weekend tocca ricominciare tutto da capo.
giovedì 3 giugno 2010
Che peccato, l'ira
È l’unico peccato che mi manca, l’ira. Sono quindi difettosa di un pezzo fondamentale: la serena capacità di lasciare che la rabbia mi confonda. Non c’è spazio per la follia dell’irragionevole. Sono prigioniera del rigore della deduzione e della consequenzialità, le sbarre della logica sedano sul nascere ogni principio di esplosione.
Azione. Reazione. Prevedibile.
Niente furia, nessuna distruzione irrazionale di rapporti, relazioni e suppellettili. Non conosco collera. Mi manca la predisposizione al furore dell’iracondia. Il massimo che ci si può aspettare da me è qualche raro scatto di urlata isteria, subito però ricondotta a immediata autocensura. Sostituisco l’ira con l’apprendimento del gelo feroce di un’occhiata muta, che forse ferisce ma mi pare spesso molto meno decisiva.
Temo l’avvento di oscuri mali psicosomatici, indotti dall’implosione.
Aiutatemi: si può imparare ad accogliere la furia?