sabato 12 maggio 2012

Mio cugino ortopedico

Hai già scelto il fisiatra?

Se vai avanti con la mutua ti sistemano per la pensione

Non vorrai mica rivolgerti a uno di quegli orribili centri privati?

L’osteopatia? Va tanto di moda

Ma stai ancora prendendo farmaci?

Carlino ce l’ha uguale, te la tieni

Secondo me bastano cinque massaggi e sei in piedi

Non me ne parlare: mi hanno operato due volte

Ma l’ortopedico cosa dice?

A me mi ha aggiustato un osteopata

Le infiltrazioni le hai già fatte?

Mia madre conosce una fisioterapista bravissima! Ti passo il numero

Su Google dice che è meglio non operare

Ma tu nuoti?

Tanto la fisioterapia non serve a un cazzo

Ma come hai fatto a ridurti così?

Sicura che non sia artrosi?

Anche le risonanze magnetiche sbagliano, guarda com’è finita tua nonna

Zia Luigina ha risolto con l’agopuntura

Gli ultrasuoni funzionano

Non hai ancora iniziato gli esercizi di rieducazione posturale?

Quello è il miglior centro fisioterapico della città, non puoi non andarci

Mi ha detto Crimilde che dovresti fare l’ozonoterapia

Ti hanno già parlato dell’ozonoterapia? Non farla!

Mio cugino è ortopedico, se vuoi gli chiedo se può presentarti qualcuno

lunedì 30 aprile 2012

Alcune cose che non si possono fare senza il collo

Il collare, quella che ho scoperto essere un’ernia cervicale e il dolore che mi accompagnano da una settimana esatta mi garantiscono un sacco di tempo libero, interamente impiegato a cogitare sui massimi sistemi, la vita l’amore e la morte. Pensieri con i quali avrò modo di deliziarvi in seguito. Oggi vi racconto i pensieri più spicci, quelli concreti, i primi che l’immobilità genera spontanei. Oggi vi parlo di quel che non si può fare quando si ha il collo ridotto in queste tristi condizioni.

Dunque, tanto per cominciare non si può baciare, si può solo essere baciati. Il che può presentare dei vantaggi nella gestione delle iniziative, ma non sono molti. Non si può fare l’amore, né alcuna attività propedeutica. No, fidatevi, non si può fare niente: qualunque sollecitazione amorosa, anche la più lieve, provoca nell’organismo tutta una serie di micro tensioni che vanno a percorrervi le vertebre. Il che al momento non è piacevole affatto.

Non si può bere un martini alla goccia, né una bulldog, né un calice di vino, né la tisana depurativa carciofo e bardana con la quale sto familiarizzando per contrastare i subdoli effetti di tutti i farmaci assunti fino ad oggi. Mangiare è possibile, con molta cautela. Ovviamente la forchetta va portata alla bocca, come galateo impone, ed è bene non distrarsi, onde evitare soffocanti bocconi di traverso o incaute sbirciate in direzione degli altri commensali.

Non si può abbracciare. Anche essere abbracciati provoca qualche problema, sia a noi che all’abbracciatore, che pur se animato dalle più amorevoli intenzioni non potrà che sentirsi goffo e inadeguato.

Mentre siamo sul bidet non si può guardare quel che si sta facendo. Non ci si possono guardare i piedi. Non si può evitare che lo shampoo ci finisca negli occhi quando ci laviamo i capelli sotto la doccia.

Non si può dormire, semplicemente. Via il cuscino, via la possibilità di girarsi, è necessario restare immobili supini. Un tormento. Quando sonno vi coglie e l’istinto vi porta a cercare il fianco preferito vi sveglierete e sarete costretti a inseguire il sollievo in giro per casa. Questo avviene lungo tutta la notte, per molte notti consecutive.

Non si può guidare naturalmente ma, detto tra noi, al momento non ho fretta di raggiungere località di villeggiatura di alcun genere.

martedì 24 aprile 2012

Notizie del mio decadimento


Il foglio dell’accettazione viene stampato alle 19.33 e riporta il numero 96. Mi assicurano che la numerazione è casuale, non progressiva. Per ragioni di privacy non possono chiamarmi per nome all’altoparlante, lo faranno solo per numero, quindi ora sono il 96, ma potrei essere il 107, il 43 oppure il 12, non cambia. A questo punto perché, invece dei numeri, non assegnare una parola casuale? Tipo Coccinella, Gattonero o Meringata. Mentre penso che proporrò questa innovativa procedura al Servizio Sanitario Nazionale mi rendo conto che non saprò mai se e quante persone ho davanti. In attesa non sembrano tante, però questo è il pronto soccorso del Centro Traumatologico Ortopedico e arrivano emergenze e traumi da tutto il nord Italia. Io sono arrivata con le mie gambe e non ho sangue a vista, quindi mi viene assegnato un codice bianco. Perché uno inferiore non è contemplato. Mi siedo a fatica su una seggiola in alluminio e mi guardo intorno muovendo solo gli occhi, come i camaleonti. Da ore ormai ho smesso di usare il collo e parte della schiena, impietrita da un incantesimo che ha reso le mie vertebre cervicali, dolenti da qualche tempo, del tutto incapaci di rispondere ai comandi più semplici.

Sono inamovibile.

Le prime due ore passano con consapevole rassegnazione. Quando uno va al pronto soccorso le prevede. Anche la terza scivola via, pur se con qualche sofferenza in più: sono le 22.30, provo dolori sconosciuti, sono digiuna, le luci al neon mi confondono e la seggiola in alluminio inizia a farmi l’effetto di una graticola. Un signore alle mie spalle si lascia scappare un’esclamazione di disappunto rivolta a una nota divinità cattolica: lui e la moglie sono arrivati un’ora prima di me, lei è caduta e ha evidentemente un polso rotto, lo vedo persino io che di mestiere non riparo ossa. Quando finalmente la chiamano la vedo dirigersi verso il reparto di corsa, quasi temendo che un ritardo di qualche secondo provochi la perdita del posto a favore di qualcun altro. Tipo me. Io ho smesso di parlare da tempo. A un certo punto, verso le 23, vado dall’infermiera e le chiedo con un bisbiglio se ha idea di quando sarà il mio turno. Lei controlla un monitor e dice: “Lei è la prossima”. Ancora non so che dice così a tutti da quaranta minuti e me ne torno a posto con una speranza nel cuore. Non teme ritorsioni perché dopo qualche istante si alza, spegne le luci nel suo gabbiotto, chiude tutto e annuncia: “Dopo le 23 l’accettazione chiude, per le emergenze andate direttamente in reparto. Buona notte”. E scompare. È solo a quel punto che tra di noi in attesa ci si confida di essere “i prossimi chiamati”. Tutti quanti. Un tizio al mio fianco aiuta la moglie zoppicante ad alzarsi, invoca alcuni santi e se ne va. Sono le 23.30 e l’altoparlante gracchia il loro numero. Spiace pensare che se avessero pazientato un minuto di più finalmente la claudicante avrebbe avuto assistenza. Ma mi rallegro di nascosto, lo confesso, perché subito dopo viene chiamato il 96. Mi alzo col fiero portamento indotto dalle vertebre inferme e mi dirigo in reparto.

“Entri nello stanzino e si tolga la maglia” mi dicono.
Lo stanzino è minuscolo, mi sfilo la maglia con sofferente goffaggine. Entra l’ortopedico che mi visita in nove secondi, mi lega sotto al mento un collare, mi fa un’iniezione e mi mostra una striscia blu in terra.
“La segua” mi dice. “Quando arriva di fronte a una porta si fermi. Vedrà una vaschetta su un tavolino. Ci metta questo foglio dentro e aspetti”.
Sul foglio c’è la prescrizione per una radiografia e la striscia blu in terra conduce in Radiologia. Sono le 00.23. Il dolore mi annebbia i sensi, non sono lucida mentre seguo il mio sentiero fin di fronte a una porta verde. La vaschetta, penso. Dov’è la vaschetta. Non c’è nessuno e il silenzio è irreale. Questo è una specie di strano limbo onirico. Appoggio il mio foglio nella vaschetta di plastica che sta sotto il simbolo giallo e nero che indica la presenza dei raggi x e mi siedo in composta, ubbidiente attesa. Passa qualche minuto, chi può dire quanti, e la porta verde si apre con un sibilo automatizzato. Ne esce la giovane radiologa del turno di notte e mi chiama per nome. Lì per lì mi confondo e non mi riconosco. Aspettavo che chiamassero il 96. Quel che segue è un lampo: mi mettono una gonnetta piombata e mi lasciano sola in una stanza in penombra. Da dietro un vetro lontano la giovane dottoressa guarda dentro una macchina. Mi sistema la posizione due volte. “Non ondeggi” mi dice. Non mi rendo conto che sto seguendo il ritmo di una qualche segreta dolente danza.

In un attimo sono fuori. Aspetto con pazienza il referto e seguo a ritroso la striscia blu sul pavimento fin dall’ortopedico. Nuova attesa. Ritornano a chiamarmi per nome. Di nuovo mi confondo, ma reagisco con tutta la prontezza che il dolore mi consente.

“Senta lei” mi chiedono “che genere di trauma ha avuto?”
“Prego?”
“Vede questa curva delle vertebre cervicali?”
“Eh”
“Dovrebbe essere esattamente al contrario”.

Ci sono voluti un dolore improvviso, una manciata di ore sotto le luci al neon di un pronto soccorso e un fascio di raggi x per scoprire che la mia spina dorsale ha una curva al contrario proprio lì dove dovrebbe sostenere il cranio, la testa, i pensieri. Il che apre scenari di mondi a rovescio davvero insospettabili.

martedì 3 aprile 2012

Era di sera, o pomeriggio forse, tardi, e c'era un cd tenuto basso basso

Quella volta erano insieme e lei a un certo punto lo guardò incantata e disse:
«Ma chi sono questi che stiamo ascoltando? Mi piacciono un sacco».

Lui la fissò come una specie di creatura aliena e gli passò veloce sulla fronte un
pensiero, visibilissimo, che diceva più o meno: “non me lo sta chiedendo davvero”.
Ma non lo disse ad alta voce. Rispose invece: «I Beatles».

Lei capì, non si scompose.
«Non sono niente male» commentò.

venerdì 30 marzo 2012

Il solito posto


Esistono due tipi di abitudinari: quelli che cambiano posto e quelli che prediligono sempre lo stesso. Si tratta della doppia faccia della stessa abitudine: quella che abbiamo di appropriarci dello spazio attraverso meccanismi riconoscibili. Io li distinguo facilmente quelli che vagano da quelli che ritrovi sempre al solito posto. Io appartengo al secondo gruppo: possiedo un posto bici, la terza transenna da sinistra di fronte alla stazione; cerco libero il sedile nel consueto vagone, in genere a destra della peruviana che legge un libro diverso ogni dieci giorni; ho due metri precisi di staccionata davanti cui parcheggiare, sempre gli stessi; ho mandato a memoria una sequenza di vie da attraversare pedalando e durante la lezione di yoga me ne sto sempre in ultima fila, sul tappetino accanto alla porta.

Per convenzione si tende a considerare che al primo gruppo appartengano gli impavidi, o diversamente pavidi: coloro che non temono la forza del cambiamento, oppure, di riflesso, che temono a tal punto il rischio dell’abitudine da trovarsi talvolta a forzarsi al movimento. Nel secondo gruppo, invece, si troverebbero i radicati, gli stanziali, quelli che hanno bisogno dei rituali per riconoscersi nel proprio cammino.

Le due categorie non sono inconciliabili e trovano evidenti punti di contatto. Io qualche volta mi diverto a mettere alla prova la mia percezione della realtà facendo piccoli esperimenti di straniamento: devio bruscamente strada nel pedalare verso casa oppure salgo sull’ultimo vagone del treno, quello dove gli adolescenti la mattina presto ascoltano la musica a volume illecito e giocano a carte invece di studiare. Ma ci transito soltanto, non riesco a prendere posto. Ho come l’impressione di essere a casa di qualcun altro. Sul mio vagone è tutto diverso: se un quindicenne tiene l’ipod a volume abbastanza alto perché io possa sentirlo in genere mi alzo personalmente pregandolo, con il peggiore dei miei sorrisi, di abbassarlo. Ma devo dire comunque che nel mio vagone, quello di mezzo, i ragazzi di norma la mattina studiano latino o si raccontano storie d’amore con linguaggio sprovvisto di decenza. La peruviana scende tre fermate prima di me e a quel punto non mi resta che spiare la riccia impiegata che incontro due volte al giorno, quella che si difende da misteriosi germi spruzzando antisettici a buon mercato sulla fodera lisa dei sedili e che sta lentamente consumando l’intera bibliografia di Danielle Steel.

Credo che entrambe le modalità di appropriazione dei luoghi abbiano in fondo un nocciolo di qualche patologia e tutte e due andrebbero combattute quando esasperate. Ne sono consapevole ma tendo, come sempre, all’autoassoluzione.

Ad ogni modo non sono da sola in questa forma di piccola radicata follia e c’è da dire che la peruviana mi assomiglia molto: non l’ho mai vista seduta altrove.

lunedì 26 marzo 2012

Mi piacciono le città di fiume, la primavera e le trite parole che non uno osava

Mi piacciono le città di fiume. A Torino ce ne sono tre, di fiumi. Talvolta hanno preteso e ottenuto di fare paura e, gonfi d’acqua e di fango, hanno reclamato il loro diritto a sfiorare le sponde a piacimento. Ma non adesso. Queste sono le settimane dell’erba fresca sotto i piedi nudi, dei parchi e dei giardini. Del Po che scorre in fondo alla discesa, pacifico, dei canottieri e dei remi. Delle vetrate sull’acqua del Fluido e delle panche screpolate degli Imbarchini. Ed è azzurro ed è verde. Di quel verde che viene voglia di addentare. Mi piace quando la città fa rumore senza disturbare. Quando viene voglia di gelato, quando il sole è troppo caldo ma all’ombra fa ancora fresco. Quando leggi sdraiato su un prato, sotto alberi amici e urbanizzati, ogni tronco una targhetta numerata. E ti fanno compagnia uccelletti impertinenti, rumoracci meno bucolici di marmitte sputacchianti, poi campanelli di biciclette, qualche bambino frignante e un timido respiro di foglie.

domenica 12 febbraio 2012

Una spina nel cuore


Allora, che pesce ha mangiato?

Branzino

Diamo un’occhiata. Faccia aaaaaaaaaaaaaa

Aaaaaaaaaaaaaaaaaaa… chchccoffcccooddh

Eh no. Non ho visto niente così. Riproviamo: faccia aaaa…

…aaaaaaaa ccoffcooffchchh

Ok ok, ho capito. Guardo senza paletta, non uso l’abbassa lingua

Ecco, meglio

Riapra la bocca su

D’accordo: aaaaaaaaaaaaaaaa

Eccola lì! L’ho vista. È conficcata accanto alla tonsilla destra. Bisogna toglierla

Uh

Deglutisca

Un momento

Sì?

Come la toglie?

Con queste

Con quelle?! Ma saranno venti centimetri di pinza

E meno male che la spina si vede. Altrimenti dovevamo scendere lungo la faringe con un sondino. Allora, deglutisca. Pronta?

No

Suvvia, c’è la coda là fuori. Il pronto soccorso è affollato, non perdiamo tempo

Un momento

Non faccia la bambina. Apra la bocca

No, la prego

Andiamo!

Non ce la faccio. La lasciamo lì?

La spina?

Eh

Ma non se ne parla. Potrebbe infettarsi. Torni subito seduta!

No guardi, ci tengo

Si sieda!

Uff

Ha deglutito?

Mh

Posso andare?

Ma è sicuro che non c’è alternativa?

Apra la bocca!

… aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa

Stia fermaaaaa…

….aaaaaaaaahhhhhhhhhhhhhhhhhhaaaaaaaaahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhaah

martedì 7 febbraio 2012

Requiem per una caldaia

All’inizio faceva qualche capriccio, lasciandomi senz’acqua all’alba. Aveva freddo, ma bastava vezzeggiarla con qualche minuto di phon sparato caldo addosso per recuperare il getto bollente della doccia. Ma un mattino niente, non ha funzionato. Il tepore di quella lusinga non è più bastato. La sua fiamma si è spenta, impossibile da recuperare. Una goccia dietro l’altra, il tubo più esposto ha iniziato a perdere liquidi. All’inizio era uno zampillare lento, anche se costante, trasformato ben presto in un’emorragia inarrestabile. L’acqua si congela nell’istante stesso in cui entra in contatto con l’aria. La superficie del balcone diventa per prodigio una lastra perfetta di ghiaccio. E tale resterà, credo, fino a primavera.

In accappatoio, shampoo, bagnoschiuma e ciabatte percorro su e già la stessa via dedicata a un noto poeta italiano: in attesa del messia, il caldaista, vado a fare la doccia dai vicini.

domenica 5 febbraio 2012

La maledizione del primo della classe


Tutto inizia intorno ai 3 anni: tu sei quello precoce. Quello che cammina appena uscito dalla culla; quello che parla mentre gattona e la sua prima parola è 'ontologia'; quello che, mentre i genitori non se ne accorgono, impara a memoria Il canto notturno di un pastore errante dell'Asia e tutte le potenze del numero 15. Alla fine delle scuole elementari conosci materie oscure, impari nozioni con facilità aliena e questo, per una qualche curiosa equazione per la quale a "buona memoria e velocità mentale" equivale saggezza, fa di te l'amico del cuore di personaggi improbabili, che per tutta la vita chiameranno a tutte le ore per un consiglio speciale in merito a questioni speciali. Tu sei quello equilibrato, quello moderato, quello da cui ti aspetti sempre la cosa giusta. Passi buona parte della tua esistenza, a partire dall'adolescenza, a risolvere i problemi degli altri. E dimostri coerenza, intuito, sensibilità. Sei ragionevole ed efficiente. Non ti piace doverlo ammettere, ma hai sempre sulla punta della lingua un “te l'avevo detto” da elargire a chi ha fatto di testa propria senza seguire i tuoi consigli. Avere sempre ragione è molto faticoso e sei l’oggetto di contraddittorie forme di odio e amore. Naturalmente tutta questa ragionevolezza, questa tua calma orientale, deve trovare uno sfogo liberatorio, di tanto in tanto, e si accompagna a tic di varia natura, a moderati cortocircuiti del quotidiano che si manifestano nei modi più singolari. Si va dal classico, tipo strizzare inavvertitamente le palpebre e scrocchiare le vertebre cervicali, al più fantasioso, come aprire il gas per controllare se era chiuso. Disponi gli oggetti sul tavolo coi lati esattamente paralleli al bordo e mangi i rigatoni al ragù solo e soltanto a forchettate da tre. Se alla fine nel piatto ne restano due, oppure uno, non riesci nemmeno a guardarli, li lasci lì. Non calpesti le fughe tra le mattonelle e ti lavi le mani cantando due volte di seguito Tanti auguri a te. Ma ti si perdona tutto, perché sei saggio. A guardar bene, la saggezza è la tua truffa meglio riuscita.

sabato 28 gennaio 2012

Lei ci vede benissimo

Ecco, così dottore, capisce? Tipo i cavalli coi paraocchi, ma più stretto

Tolga le mani dalla faccia che diamo un’occhiata

A un certo punto non vedevo più niente

Mi lasci controllare

E’ stata questione di un attimo

Guardi qui a destra

Due minuti al massimo

Ora guardi verso sinistra

È durata due minuti, ha capito?

Sì sì, le si è stretto il campo visivo

Sì, per due minuti

La pressione dell’occhio è a posto

È sicuro?

La cornea è in salute

Lei mi vuole rassicurare

La sto visitando

Quindi va tutto bene?

Così pare

Ma non ne è proprio certo

Le sto dicendo che lei ci vede benissimo e che non c’è alcuna anomalia

Ma non vedevo più niente, capisce? Più niente. Solo un puntino di forme

Ora però ci vede

Sì, ma potrebbe capitarmi di nuovo

Ma non sembra esserci alcuna ragione clinica

Forse qualcosa di nuovo. O di raro

Non direi

Non è nemmeno glaucoma?

Glaucoma?! Ma chi le mette in testa queste cose?

L’ho visto stamattina su Google

domenica 15 gennaio 2012

La scatola delle tisane


Ci sono piccoli indizi di senilità. Inappuntabili e rilevati tra le pieghe del quotidiano.
Cominciamo col dire che da qualche tempo ho smesso di fidarmi del colore della mia faccia e, di conseguenza, di uscire struccata. La cosa veramente discutibile è che passo un tempo indegno a truccarmi da non truccata. Ma la soddisfazione di veder sparire l’opaco segno della stanchezza perenne, nonché i subdoli segni dei miei mali oscuri, è indiscutibile.
Ho poi iniziato a parlare di malattie con invidiabile competenza e a frequentare i medici con una regolarità di cui farei francamente a meno. È un tunnel: uno inizia con il controllo periodico di glicemia e colesterolo e si trova come niente a prenotare l’urotac.
Bisogna poi rilevare una certa fatica nel mantenere alti gli standard mondani e patisco sempre più il lento pellegrinaggio tra locali del finesettimana. Il sabato sera ho smesso di uscire da tempo, anche se tollero in qualche modo il venerdì, ma solo tra marzo e settembre. Quanto alla domenica io la penso come Leopardi e quindi se mi incontrate di fronte a un mojito sto solo cercando di dimenticare la sera del dì di festa.
Il peggiore dei sintomi dell’avanzare degli anni, comunque, è la sveglia automatica che mi fa aprire gli occhi la mattina entro le 8 tutti i giorni che il signore manda in terra, weekend compreso. Anzi, maledizione, soprattutto il weeekend. Sono ancora abbastanza giovane da riuscire a girarmi dall’altra parte con un tonfo delle palpebre e riacciuffare la coda del sogno che mi stava cullando, ma temo sempre che sia un’abilità provvisoria e che mi troverò presto come la mia ottuagenaria vicina di casa che, nelle medesime mattine che il signore manda in terra, passa l’aspirapolvere non più tardi delle 8e10.
Possiedo infine la scatola delle tisane. La tengo accanto al Campari e ai distillati, ma questo non ne sminuisce la portata: la tisana, l’infuso di fiori, foglie e frutti, la coperta sulle ginocchia che vendono insieme, dicono sia il primo dei passi verso l’astemia.